INTERVENTI CONSERVATIVI E RISTRUTTURATIVI PER UN’ARCHITETTURA VISSUTA.
Intervenire sul patrimonio esistente ha costituito fin dall’antichità uno degli sforzi materiali e intellettuali più importanti di chi fa architettura, siano essi tecnici, intellettuali, politici o committenti. In particolare nel nostro Paese – per gli ovvi motivi legati alla abbondanza e alla stratificazione del patrimonio – il dibattito intorno alla teoria e alle pratiche di intervento sui manufatti esistenti ha sempre rivestito un ruolo di punta, sicuramente superando di gran lunga l’interesse attorno alla nuova costruzione.
Da una parte si sono sviluppati discorsi estremamente approfonditi attorno al patrimonio “alto”, alla grande architettura del passato, tutti orientati alla conservazione e al restauro del bene con lo scopo di preservarne il suo valore di testimonianza per le generazioni successive.
Dall’altro però – soprattutto nell’ultimo secolo – ha preso sempre più corpo la consapevolezza del valore fondamentale rivestito dall’architettura “minore”, dall’edilizia corrente, non fatta dai grandi monumenti, ma dai tessuti urbani; non dal singolo edificio, ma da tutto il suo contesto urbano, storico e sociale. Lo scopo dell’intervento su questo tipo di organismo architettonico è orientato non tanto e non solo alla conservazione tout-court, quanto alla rigenerazione della capacità degli edifici di mantenere la propria funzionalità o di trovarne di nuove: il valore di questo tipo di architettura sta cioè nel suo essere vissuta e non visitata.
Infine non è da sottovalutare il ruolo svolto nel nostro Paese dagli eventi calamitosi che hanno sconvolto le nostre città, ma che ci hanno drammaticamente costretto ad interrogarci in profondità sul valore dei contesti urbani storicizzati e sulle soluzioni che possano aiutarci a preservare quel valore.
Stanti questi presupposti – volendo trovare una sintesi estrema – potremmo dire che gli approcci all’intervento sugli edifici storici si possono dividere in quelli di tipo conservativo e quelli di tipo ristrutturativo.
Nel primo caso avremo tutti quegli interventi che cercano di operare sull’edificio limitando l’introduzione di elementi estranei o comunque non compatibili storicamente con le tecniche costruttive originarie. Tra questi metodi riveste un ruolo di particolare importanza la conoscenza dei materiali e delle tecniche storiche e la particolare competenza necessaria a riprodurle. Ad esempio, le murature particolarmente indebolite dall’apertura di fori o dall’azione di un sisma possono essere risarcite o completamente ricostituite a patto che si usino laterizi simili agli originari per composizione, dimensioni e disposizione; gli elementi in legno delle coperture o dei solai possono essere sostituiti da nuove parti della stessa essenza, anche se spesso è necessario aumentarne le dimensioni per garantire più adeguate prestazioni. La conservazione non esclude però del tutto l’inserimento di nuovi elementi: si pensi ad esempio alle chiavi metalliche che vediamo spesso punteggiare le facciate degli edifici storici: sono le estremità di tiranti che attraversano l’edificio e che lo irrigidiscono; sono elementi da sempre utilizzati nell’edilizia tanto da diventare in molti casi un motivo ornamentale del prospetto stesso: se ne trovano infatti di varie dimensioni e forme, anche molto elaborate. Questi elementi continuano oggi ad essere largamente utilizzati e per limitarne l’impatto visivo è possibile anche nasconderli all’interno della muratura senza alterare l’aspetto dell’edificio. Infine – ma non certo per importanza – vanno considerate tutte le finiture come gli intonaci, le tinteggiature o gli elementi in legno, pietra o laterizio: in ogni caso va valutata attentamente la composizione originaria (o meglio la stratificazione della composizione originaria) e individuato il materiale più compatibile con la preesistenza. Un caso tipico è quello degli intonaci: la base chimica dell’intonaco storico è la calce che nell’ultimo secolo è stata sostituita dal cemento; intervenire conservando la preesistenza vuol dire rispettare la composizione d’origine evitando così che le superfici si “comportino” diversamente nel tempo.
Nel caso di un approccio di tipo ristrutturativo le possibilità di intervento sono più muscolari ma non per questo irrispettose dell’edificio, tutt’altro.
In questi casi l’inserimento di elementi estranei alle tecniche costruttive originarie prende il sopravvento ed è quindi importantissimo valutarne la compatibilità, l’impatto estetico e anche -estremamente importante – la reversibilità, cioè la possibilità di tornare sui propri passi eliminando i nuovi elementi senza pregiudizio dell’edificio preesistente.
Storicamente fanno parte di questo approccio tutti gli inserimenti di elementi metallici come travi, architravi, cordolature, cerchiature e controventi in acciaio: possono sia andare a sostituire parti esistenti sia inserirsi ex-novo; in tutti i casi richiedono una progettazione specifica per il dimensionamento. Vi sono poi le reti metalliche per l’armatura degli intonaci o l’irrigidimento dei solai; oppure i connettori metallici che consentono alle travature lignee esistenti di continuare a “lavorare” con il sistema solaio.
Infine – soprattutto negli ultimi anni – va segnalata la sempre più importante presenza della chimica e dei materiali innovativi nelle costruzioni in generale e nelle ristrutturazioni in particolare: collanti, fibre sintetiche, malte e isolanti che garantiscono grandi prestazioni con dimensioni ridottissime. Un esempio tipico è il consolidamento di volte in muratura attraverso l’adesione di fibre di vario tipo: intervento che permette di “aggrappare” la muratura della volta ad una sottile pellicola fibrosa, consolidandola. La ricerca ha dotato i materiali di caratteristiche estremamente ambite nella ristrutturazione perché permette di preservare l’aspetto degli ambienti, consolidare le strutture, mantenere l’uso degli edifici e occultare l’intervento stesso. Una panacea in apparenza che però si scontra con la necessità di capire come queste giovani soluzioni affronteranno la sfida del tempo e con la scarsa o nulla reversibilità dell’operazione nel caso in cui si dovesse riconsiderare le scelte progettuali.
Va detto infine che indipendentemente dagli approcci teorici e pratici, una cosa massimamente va considerata nell’intervento sull’edilizia storica: la competenza.
Competenza dei professionisti che sono chiamati ad analizzare i materiali e i documenti, conoscere in profondità l’edificio e proporre un progetto di intervento che tenga conto di tutte le criticità
Competenza delle imprese, fatta attraverso la formazione continua e l’esperienza delle maestranze sicuramente, ma anche di chi svolge ruoli direzionali, al fine di creare la consapevolezza del valore del bene con cui si tratta e una proficua sinergia committenza/tecnici/impresa